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mercoledì 22 aprile 2015

Il Cavalier Branzetti (every day is a special day) - di G. Gatto

Il Cavalier Branzetti (every day is a special day)

Da: Eugenio Siniscalchi 
(e.siniscalchi@rentayacht.it)
Inviato: martedì 25 maggio 2004 16.17
A: Eusebio Branzetti 
(cav.branzetti@branzetti.com)
Oggetto: Ricezione acconto noleggio Luna Bianca
Gentile Dott. Branzetti, Le confermo la ricezione dell’acconto di ventimila euro e la Sua prenotazione del Caicco novanta piedi “Luna Bianca” dal 15 al 31 luglio con imbarco a Palma de Majorca e programma di navigazione da definire e concordare insieme. Se lo desidera può inviarmi alcune note riguardo i suoi desiderata e quelli dei suoi ospiti per poterLe offrire un soggiorno in linea con le sue migliori aspettative.
La ringrazio e Le porgo cordiali saluti
Eugenio Siniscalchi
Rent a Yacht srl

Da: Eusebio Branzetti (cav.branzetti@branzetti.com)
Inviato: mercoledì 26 maggio 2004 07.36
A: Eugenio Siniscalchi (e.siniscalchi@rentayacht.it)
Oggetto: Reply: Ricezione acconto noleggio Luna Bianca
Egregio Dott. Siniscalchi, La ringrazio della sua pronta comunicazione. Voglia prendere opportuna nota di alcune informazioni contenute nell’allegato che riguardano la mia persona, i miei ospiti e le nostre abitudini e che mi auguro Lei terrà nella dovuta considerazione. Ritengo siano tutti elementi rilevanti per il brillante successo della nostra vacanza.
Ricambio saluti cordiali
Cav. Eusebio Branzetti
Branzetti & Figli Spa

Riccardo, è arrivata l’e-mail di Branzetti, il gruppo che dovrai scarrozzare la seconda metà di luglio”
Si, dottore, grazie, la metta lì con le altre carte, per la cambusa ci penserò qualche giorno prima”
Mi sa che devi cominciare a pensarci adesso!”
Ma siamo a maggio!”
Appunto. Non hai capito. ...Te la leggo:
Tutti gli ospiti sono italiani, godono di ottima salute, sono persone simpatiche, affabili ed hanno esperienza di mare e navigazione da crociera”
E sti cazzi non ce lo vogliamo mettere?!”
Riccardo, per favore!
Di seguito le indico i nominativi e l’età dei miei ospiti ai quali è gradito che l’equipaggio si porga con deferenza e con il LEI”.
Riccardo scatta ironicamente sull’attenti e poi ride in modo sguaiato
Siniscalchi continua: “… Daniele Lombardi di anni 58, Massimiliano Ghislanzoni di anni 57, Maurizio Fontebuono di anni 59, Emanuela D’Astoli Perini di anni 58, ...
Tutti ragazzotti de primo pelo, eh! ... Annàmo bene!”
...Roberto Maria De Maddis di anni 63, Fausto Branzetti di anni 64, Antonella Candelieri di anni 56, Guido Bertolucci di anni 30, Diana Branzetti di anni 21, Ilaria Meneghetti di anni 54 e MariaGiovanna Candelieri di anni 15”
E speriamo che almeno la figlia sia bona! In mezzo a sto gruppo de giovani marmotte sai che due palle!!!”
Riccardo, a volte la tua volgarità continua a stupirmi! Ci sono anche alcune foto della comitiva, ecco questa deve essere la figlia”
Oh madonna! Un incrocio fra uno scorfano, un boiler dell'acqua calda e una cozza pelosa!”
Riccardo!” sospira e poi continua “… Arriveremo a Palma de Maiorca direttamente da Milano Malpensa al mattino presto di martedì 15 luglio. La prego di inviarmi i dettagli relativi al porto turistico presso cui Luna Bianca è ormeggiata per poter raggiungerlo in taxi senza problemi di sorta”
A furbo, di porto ce n’è uno solo. Non ti puoi sbagliare”
Riccardo, guarda che siamo solo all’inizio, se mi interrompi in continuazione!”
Si, mi scusi, vada avanti dottore”
“… Gli ultimi due ospiti più il sottoscritto raggiungeranno Luna Bianca soltanto il giorno seguente, mercoledì 16 luglio. Arriveremo a bordo del Caicco la mattina presto direttamente all’ancoraggio notturno, per mezzo di un piccolo motoscafo. Se il tempo lo consente io suggerirei una rada per l’ancoraggio chiamato - Corno dell’Elefante - oppure qualsiasi insenatura fra quelle di Tapa Chica e Las Puntas. Cortesemente mi faccia sapere se l’equipaggio pensa che sia possibile essere al Corno dell’Elefante (non troppo distante dalla costa nord di Tapa Chica), conosco molto bene tutti quei luoghi poiché ci sono stato più volte con differenti imbarcazioni a vela e non (anche più grandi di Luna Bianca).
Della serie: - Non mi dite che la baia non va bene… nun ce provate ... - E’ svejo questo! Capo è sicuro che ce devo andà proprio io?”
Fai poco lo spiritoso, sei tu lo Skipper di Luna Bianca per tutta la stagione estiva... O ti vuoi cercare un altro lavoro?”
No, no, a me questo spaccapalle intergalattico mi sta già simpatico!” e sospira.
Siniscalchi continua a leggere: “… Le nostre attività preferite durante il Charter:
dormiremo sempre a bordo durante la notte, ci piace camminare sulle isolette disabitate e prendere il sole e fare il bagno sulle spiagge vergini...
Seh, a trovalle!” sottolinea lo skipper
“… vivere in relax guardando come volge la giornata, andare a vela, praticare lo sci d’acqua (se il mare è davvero calmo), nuotare, fare snorkelling, esplorare le baie con il tender, ammirare il tramonto sorseggiando un drink dal pozzetto della barca.
Molto poetico. … Ma 'sto tipo pare un po’ strano solo a me?!” e ride
Riccardo, c’è poco da ridere... Questo paga! … Durante le ultime 48 ore precedenti il mio arrivo a bordo non sarò reperibile presso la mia azienda quindi Le lascio i miei numeri di cellulare per potermi contattare 335.454545 e 349.989898”
Ma c’è o ce fà?!? Sembra che dobbiamo partire con lo Shuttle!”
Temo che il peggio non sia ancora arrivato...”
Il peggio?”
Senti qua …ALIMENTAZIONE l’ha scritto tutto in maiuscolo”
Ahia!”
Ecco, bravo. - Ahia - mi sembra il termine più adatto
... noi amiamo la dieta mediterranea e la cucina italiana, con qualche disgressione in quella internazionale. Di seguito le nostre preferenze in dettaglio per quel che concerne il cibo e le bevande”
E quel – in dettaglio – che mi preoccupa. Vada avanti, mi sono seduto...”
“… MAI – lo ha scritto di nuovo tutto in maiuscolo! – UTILIZZARE CIBO CONSERVATO (qualcuno di noi è allergico). Ecco la Struttura dei pasti:
colazione: spremuta di arancia e succo di ananas (preparati freschi con spremiagrumi e frullatore – utilizzare esclusivamente frutta fresca)
e molto piscio anche, ... a temperatura ambiente! – pensa Riccardo
... The Twinings (aromi Earl Grey, English breakfast, Prince of Wales), caffé (utilizzare esclusivamente Illy caffé in grani, macinato fresco), cappuccino (latte fresco, assolutamente NON a lunga conservazione)”
Crisi di riso isterica di Riccardo con principio di soffocamento. Siniscalchi gli da qualche energico colpetto sulla schiena. Lo skipper si riprende...
... Toast di prosciutto cotto e formaggio morbido fresco (no sottilette!)...”
Eh, ma scherzi? Ma sei matto le sottilette?! Noo quelle so’ veleno! Non sia mai!”
...croissant, brioche, latte fresco, cereali, burro, pane, confetture, marmellate e miele, uova alla coque”
La risata strozzata è diventata ormai un singhiozzo sibilante e sincopato, Riccardo continua a pensare a fantasiosi e irriferibili possibili sabotaggi di cibo e bevande... “Dottore per il latte fresco tutte le mattine potremmo anche tenere a bordo una mucca... poi durante la vacanza le insegnamo a fa’ sci nautico!!!”
Questa volta ride anche il dottor Siniscalchi, che continua a leggere:
... Snacks: solo verdura fresca (carote, sedano, rapanelli, insalata) e olive. MAI noccioline, arachidi, frutta secca o biscotti - Questo lo ha proprio sottolineato! - Pranzo: se si è in rada o comunque all’ancora un primo piatto (pasta o riso), insalata mista e frutta, se si fosse in navigazione solo insalata mista (con olive e formaggio) o insalate e formaggi misti a parte. Cena: antipasto leggero di vegetali-verdure, un primo piatto (zuppa di vegetali o legumi, oppure pasta o risotto) ed il secondo di pesce tutti i giorni. Carne solo per la cena del primo giorno. Pasticceria o frutta e gelato (Haagen Dazs). NOTA IMPORTANTE: in relazione alla verdura fresca è accettabile un rifornimento presso i mercati locali di verdura fresca al massimo ogni due-tre giorni. Non acquistate il pesce o la carne (ad esclusione di quella per la prima cena). Per provvedere al pesce ho un sistema molto semplice, tutti i giorni andremo a reperirlo direttamente da una pescatore di nostra fiducia”.
Miiinchia, ... questo tutti i giorni vorrà essere accompagnato a terra con il tender per prendere il pesce da questo amico suo... ho già capito che al massimo ci allontaniamo da Palma due-tre miglia. Ma perchè non se ne vanno in albergo?!? Hai voglia a trovare spiagge incontaminate e baie deserte! ... ma perchè sta gente non se ne sta a casa?!?”
... Voglia infine prendere nota che alcune signore che saranno a bordo sono vegetariane”
Ecco, ... ‘a vegetariana me mancava! Abbiamo finito?”
Veramente no...”
... Per quanto riguarda le bevande provvederete voi ad acquistare:
Vino e alcolici: Champagne (Veuve Clicot) n. 10 bottiglie e n.4 bottiglie (75 cl.) di Sherry Lustau San emilio Pedro Ximenez 17%Vol. Il Vino: porteremo con noi circa 60 bottiglie di vino toscano e piemontese.
Birra: 60 bottiglie da 33cl di Carlsberg, 60 bottiglie da 33cl di Corona extra
Liquori: 2 bottiglie (70 cl.) Mount Gay Rum. Eclipse. Barbados Rum 40%Vol. Brandy e Whisky non sono richiesti. Bevande analcoliche: Nestea senza zucchero e Coca Cola Light q.b. Acqua: Levissima o SantAnna (senza anidride carbonica aggiunta)”
- Te ce la metto io l’anidride carbonica, nun te preoccupà... - “Mò abbiamo finito però!?”
No. Seguono cinque pagine, ... cinque pagine fitte fitte di menù ed esempi di preparazione di piatti. Tutto descritto con minuzia nei particolari, cosa gli piace, cosa non gli piace, come va cucinato, con quali spezie...”
Dottore. Mi dica la verità. E’ uno scherzo? Questo tipo esiste veramente?”
Esiste, esiste, ... ed è ricco sfondato...”
E pure stronzo sfondato!!!”
Riccardo! ... Spero che la cuoca sia all’altezza! Ti leggo alcune perle”
... NO CARNE ad eccezione di una volta massimo a settimana: costolette di agnello al barbeque o cosce e ali di pollo al barbeque o al forno. Non sono assolutamente graditi (ha sottolineato pure questo): salsiccie, patè, maiale (ad eccezione di prosciutto crudo San Daniele autentico o Jamon Serrano originale), succhi in bottiglia (eccetto succo di pomodoro), MAI UTILIZZARE CIBO CONSERVATO tutto maiuscolo ovviamente
Aridaje!”
Eeeh ... e poi c’è questo elenco infinito di esempi di piatti, dai tipi di tartine ai tipi di pasta e condimenti, i tipi di insalate, gli ingredienti graditi e quelli sgraditi e come condirle, vari altri messaggi minatori tipo: MAI NOCCIOLINE O FRUTTA SECCA, le creme, i consommè... Guarda solo delle creme ne elenca una ventina: di mandorle, di zucchine, di sesamo, di patate, di spinaci, di lenticchie di carote, di funghi, di cavolo, di piselli, di crescione, ...”
Basta la supplico”
Senti quà sulla pasta specifica che nella carbonara bisogna utilizzare guanciale tagliato molto sottile e cuocere l’uovo solo per pochi secondi, poi ovviamente negli Spaghetti al pesto chiarisce che il pesto deve essere fresco (no conservato) con basilico, pinoli, olio extra vergine di oliva. E mette le ricette di ogni cosa, dove puoi usare questo e dove puoi usare quello. Si va dalle acciughe ripiene alla ligure al tortino di alici all’arancio, dal rombo allo sherry alla spigola alla marsigliese, dall’astice alla catalana ai moscardini in guazzetto. E poi crespelle ripiene di mazzancolle, filetti di sanpietro al cartoccio, melanzane alla nizzarda, triglie alla livornese, frutti di mare al gratin, coda di rospo alla messinese, risotto all’aragosta, vari tipi di sformati di verdura, oltre ai tipi di pesce e come cucinarlo ribadisce di non comprarlo che ci penseranno loro quotidianamente.... Comprati un paio di libri di cucina, vai. Ma buoni eh!”
Sarà una lunga, lunghissima estate” sospira Riccardo scuotendo sconsolato la testa.
Ah, per il dessert SOLO frutta fresca. E concesso il dolce, ne elenca tipi e ingredienti, ma solo alla fine della cena
Riccardo si allontana imprecando come un turco ottomano, poi aggiunge
In questi dieci anni di lavoro sulle barche ne ho viste tante, ma uno coglione e matto scoppiato così mai, giuro!”
Aspetta, ascolta, chiude così” inseguendo Riccardo che provava ad allontanarsi “… Durante la vacanza non ci sarà nessuna celebrazione speciale (compleanni o anniversari) ma ogni giorno dovrà essere un giorno speciale! - E poi lo ripete nel suo inglese - No any special celebration, every day should be a special day - Piglia e porta a casa!”
Capo, non so davvero se ridere o piangere...” ed esce dall’ufficio.

Sei mesi dopo. Novembre. Squilla in telefono negli uffici della Rent a Yacht, Siniscalchi risponde:
Pronto”
Buonasera, sono il Cavalier Branzetti”
Oh, buonasera cavaliere, sono Siniscalchi, come sta?” inchinandosi impercettibilmente ma con deferenza “A cosa debbo il piac…”
Bene, bene” interrompendolo “vorrei parlare con lo skipper di quest’estate, … coso lì, Riccardo”
Mah, veramente Dottore, dopo tutto quello che vi ha combinato, … beh, si, abbiamo avuto delle pesanti discussioni e ora non lavora più per me. Anzi colgo l’occasione per rinnovarle nuovamente le mie più sentite scu…”
Va beh, va beh” lo interrompe di nuovo Branzetti “Quindi non sa dove posso trovarlo?”
Sinceramente non saprei… Posso esserle utile io in qualche modo?”
Ma no, ma no… cosa le devo dire…”
Sei lunghi secondi di silenzio. Come quando nei reality show della tv commerciale dicono – il concorrente eliminato è – e poi fanno una pausa infinita.
Pronto?”
Si, si, sono qui… è che non so come… vede mia figlia Diana…”
Si?”
“… Ecco, piange in continuazione, non parla che di lui…”
Ah”
Ma soprattutto è incinta.”


Giuseppe Gatto
www.giuseppegatto.com

venerdì 6 marzo 2015

LA ICS ROSSA (di Giuseppe Gatto)

LA ICS ROSSA
(di Giuseppe Gatto)



“Bella Mollè, com’è?”
“Bella fra’, tutt’a posto, a te come va?”
“Semo stati cò la mi regazza a Venezia, tu vedessi che spettacolo. Troppo bella!”
Eh, … magari se il Venezia torna in serie A ce posso anna’ in trasferta!”
 “Ammàzza quanto sei ‘gnorànte!”

Il Molletta ha trent’anni e non si perde una partita della Roma da quando ne aveva dodici. La Maggica, come la chiama lui ce l’ha conficcata nella testa. Fa l’agente di commercio per una grande ditta di abbigliamento, un ragazzo semplice, romano de Roma. Da generazioni. Alto, magro, con un sorriso allegro perennemente stampato in faccia, una risata rumorosa e coinvolgente e capelli ingovernabili che gli incorniciano il volto.
E ora sta raccontando, ridendo e gesticolando, la sua ultima mandrakata al suo amico al bar:

Ma o sai che m’è successo sabato?” dice assumendo un’espressione e un tono da agente segreto “So ìto allo stadio ce stava Roma - Genoa, de solito, o sai, arìvo sempre prima, invece al lavoro ho perso ‘nsacco de tempo, poi sto cazzo de traffico, insomma so’ arivàto tutto de corsa che la partita stava ppè inizià”

L’amico non si perde una parola con gli occhi attentissimi. E lui continua:

“Arìvo al tornello e già si sentivano i boati del pubblico da dentro. Stavo a rosicà na cifra! Metto l’abbonamento nella fessura: la ICS ROSSA!”
“Eh?! La ICS che?”
Ma si, ce stà lo schermetto, come ‘n televisorino, con i led: pallino verde vai, ics rossa fermo, nun passi, tornello bloccato! Me comincia a salì ‘r sangue ar cervello, tolgo e infilo la scheda dell’abbonamento due, tre volte, sempre quella cazzo de ics rossa!” alza il tono della voce “Guardo la mano. Nun so’ annàto a prènde l’abbonamento dell’artr’anno?!? Volevo morì!”
“Mortacci tua!”
Molletta continua, sottolineando la drammaticità di alcuni passaggi con il tono della voce e gesticolando come un matto: “Oh, da dentro i boati se sentivano sempre più forti! Me so precipitato fuori ppè compra ‘nbijètto ma gnènte, nun c’era manco ‘n bagarino. Torno indietro m’attacco al tornello come ‘n polipo allo scoglio, come ‘na scamorza ‘n padella, me ce sò squajàto sopra, sventolavo l’abbonamento e ho cominciato a gridà: – ve prego fateme entrà! Ve prego, ho sbajàto abbonamento, ho preso quello dell’anno scorso, sò abbonato, sò abbonatissimo, v’o giuro!!! – Se avvicina uno della sicurezza, me pija l’abbonamento e va a parlà con un responsabile, torna da me e me fa entrà. ME FA’ ENTRA’ hai capito? Forse pure perché stavo ancora ‘n giacca e cravatta e parevo 'na persona seria! Me lo so abbracciato forte, jè l’ho detto: – grazie, grazie, m’hai sarvato la vita, te vojo bene! – E so’ scappato a vedè la partita.”

L’amico e la sua ragazza lo guardano ammirati e continuano a ridere

“Ahò, te dico 'n partitone: uno a zero per noi, due a zero, poi due a uno e due a due, … hai capito? Hanno rimontato du’ gol quèi fiji de ‘na mignotta! E finalmente il tre a due d’a’ vittoria, … àmo vinto, ma che smartìta! Pensa si nun ero entrato!”

“Doppia smartita! Pè entrà e pè la partita” sottolinea l’amico

“Anfatti”
poi fa una pausa, pensieroso e quindi aggiunge
O sai che te dico? Io l’anno prossimo l’abbonamento nun lo faccio. Rifaccio uguale, tutte ‘e domeniche! Jè faccio vedè quello de quest’anno e rifaccio ‘a sceneggiata. pàra pàra! … Solo me toccherà cambià ingresso ogni volta.”

E’ andata proprio così.
Me l’ha raccontato er Molletta in persona.

ESTATE ROMANA - Edilet 2007 - racconto Lo Stereo. Estate Romana

L’Estate Romana

L’estate romana non è solo una calda stagione in città, è anche il titolo di una serie di manifestazioni che si tengono ormai da tanti anni e che hanno coinvolto in un modo o nell’altro milioni di persone. Il tratto distintivo è sempre stato “l’effimero”, ovverosia la percezione della transitorietà di questi avvenimenti, che in una sera o in una settimana concentrano il loro senso e poi diventano ricordi. Se vogliamo, è l’idea buddista dell’impermanenza a dominare l’estate romana.
Tutto passa, tutto vale, niente dura.
E così, inevitabilmente,questa è la stagione degli incontri volanti, delle promesse che non reggono, degli amori che svaniscono all’alba, delle emozioni che crescono e crollano in una sera. Tutta materia eccellente per un racconto. La letteratura è tempo che scorre, che posa qualcosa, un granello appena, e vola avanti. È malinconia, nostalgia, abbandono. Così, attorno a questi attimi fuggenti, si sono raccolti tanti autori di racconti, nel tentativo di fissare sulla pagina quel vento caldo dell’estate, le immagini e le parole di una sera.
Ognuno ha qualcosa da ricordare, qualcosa che somiglia da vicino al senso ultimo dell’esistenza, dove tutto è importante perché nulla è per sempre.
(dalla prefazione di Marco Lodoli)
Dati: 2007, 172 pp., brossura
Prezzo: 10 euro


GIUSEPPE GATTO
fra i racconti finalisti con Lo Stereo. Estate Romana


ROMA DA SCRIVERE 2009 (Edilet) - racconto La Trattoria (G. Gatto)

Roma da scrivere 2009

Roma da scrivere 2009 - III edizione
 
In questa preziosa antologia si rimane incantati dalla magia che aleggia tra le pagine dei vari racconti che, via via, sembrano prendere corpo e anima. Si rimane catturati dalla forza che sprigionano le parole. Fiumi di parole, di emozioni spesso vissute in prima persona all'ombra della città eterna. Le trame che si susseguono, descrivendo Roma con mille sfaccettature, rendono musicali le parole, imprimendone sonorità e fascino. Nelle pagine non troveremo soltanto descrizioni e suggestioni, ma pezzi di vita che ci condurranno dentro ai sogni.
 
La Giuria del Concorso: Antonio Debenedetti (Presidente), Lorenzo Cantatore, Cettilia Caruso, Paolo di Paolo, Claudio Foti, Michela Monferrini, Augusta Morelli, Marco Onofrio, Fabio Pierangeli.
 
La Commissione del "Premio Museo Pigorini": Alessandra Serges, Egidio Cossa, Carlo Nobili, Loretta Paderni.
 
I vincitori del Concorso:  
Giuseppe Gatto, primo classificato  (biografia)
Giulio Catanzaro, secondo classificato, 
Giuseppe Cesaro, terzo classificato.
 
Menzione speciale: Tea Ranno.
 
Premio Museo Pigorini: Lorenzo Maria Posocco.
 
I finalisti: Antonio Antonelli, Alessio Lancioni, Carla Cucchiarelli, Antonio Dini, Silvana Turco, Diana Lagorio, Massimo Trifilidis, Andrea Venanzoni, Barbara Minniti, Eleonora Liburdi, Stefania Maria Agostini.

Dati: 2009,  pp. 184, brossura
Prezzo: euro 12


domenica 4 agosto 2013

CONDOM ALLA FRAGOLA (di G. Gatto)


La partita era appena terminata. Meno male. Avevamo perso per l’ennesima volta in modo indecoroso. Nove a cinque mi pare, squadra di scoppiati. Una doccia veloce ed eravamo già seduti a tavola. Io saltavo le operazioni di lavaggio, giocavo in porta e non ero nemmeno sudato! Sarebbe stato un inutile spreco di sapone e acqua calda. E poi spogliarsi, prendere freddo…
Il centro sociale dove giocavamo aveva anche una trattoria casereccia aperta fino a tardi, a prezzi popolari.
Dovevamo immediatamente reintegrare quelle poche decine di calorie bruciate indegnamente sul campo di calcetto. Qualcuno veniva a giocare più per la mangiata ed il successivo bivacco che non per la partita in sé. Io ero fra questi. Fra una birra, una canna ed una trenetta al pesto, fatta come si deve con patate e fagiolini regolamentari, il discorso scivolò sul sesso.
Io mi sentivo un perfetto imbecille.
Tutti avevano da raccontare qualche avventura piccante. Tutti tranne me. Possibile sono l’unico, pensai, che a quasi trent’anni suonati invece di trombare come un opossum continuo a tirarmi le pippe? Certo sono passato dalla biancheria intima del Postal Market ai video su internet ma è pur sempre un farsi il solletico da solo!
Che poi nei filmetti porno ci sono quei cosi enormi a lunga durata che mi mandano anche parecchio in depressione!
Avevo Piero al mio fianco, difensore granitico con i polpacci da lottatore e lo coinvolsi nei miei turbamenti.
“Mario, io le ragazze le conosco in chat!”
“In chat?”
“Ma si, sul web ci sono una marea di siti di incontri, amicizie, poi da cosa nasce cosa...”
Ne annotai un paio scrupolosamente. Era un mondo a me del tutto sconosciuto.
Piero mi suggerì quelli che andavano dritti al sodo e mi mise in guardia da quelli perditempo. Una preziosa miniera di informazioni.
Passai il sabato al computer con mia mamma che faceva capolino con i suoi “Mario ma che fai? Non esci?”.
Eh, ... lo so io che faccio. Lo so io...
Un paio d'ore per capire come funzionava il tutto. Poi compilai il mio profilo con un robusto maquillage. Aumentai l’altezza, diminuii la taglia dei pantaloni, eliminai trenta chili. Infoltii notevolmente i capelli e scoprii anche una serie di qualità caratteriali di cui, fino a quel momento, non avevo preso una piena consapevolezza.
Ero diventato uno strafigo. Bello, simpatico e solare!
Un cazzo. In realtà sono bruttarello, stempiato e grasso. Persino la mia pelle è unta come un panetto di burro! E quando mi girano le palle so essere una persona davvero insopportabile.
Inserii una foto in cui più che vedere si intuiva qualcosa, la faccia era seminascosta da un boccale di birra, scattata dal basso, si intravedeva un bel fisico, braccia forti, bei lineamenti, muscoli delineati sotto la maglietta bianca aderente.
Ovviamente non appartenevano al sottoscritto: né la maglietta, né i muscoli d'acciao, né la foto.
Era quella di un mio amico bellocomeilsole fatta ad una festa.
In guerra e in amore tutto è permesso.
Piero era stato molto chiaro:
"Senza foto non ti si fila nessuno!"
La caccia era cominciata. Dopo poche ore avevo già una tettona che voleva conoscermi. Soprattutto voleva presentarmi le sue enormi bocce. I suoi colleghi la chiamavano “Ferillona” per via di una certa somiglianza con l’attrice. Un nome, un programma. La sua foto era un primissimo piano con un décolleté da panico. Sudori freddi.
Viveva a Bologna. Mi diede il suo cellulare. La chiamai.
“Ciao, sono Mario. Flavia?”
“Mo ciao, scì, sciòno io”
“sai scusami, è la prima volta che faccio amicizie in chat, non sono molto pratico...”
“mo dai sèmo non ti preoccupare, mo lo sciài che z’hai una bella voze?”
Effettivamente, almeno quella. Ho una voce calda, bassa, radiofonica.
“Dai mò, mi vieni a trovare?”
Aveva anche lei una voce bellissima e quell’accento emiliano mi faceva impazzire. A me le esse trascinate e scivolose mi hanno sempre fatto ribollire il sangue. Sprizzava sensualità da tutti i pori. Le antenne della mia eccitazione erano già tutte tese e in allarme.
Inclusa l’antenna principale.
“Certo che ti vengo a trovare. Anche domani!”
“Mo scì dai, ti aspetto, per che ora arrivi?”
“… nel primo pomeriggio, va bene?”
“Va benissimo! Z’hai presente piazza Maggiore?”
“Si, certo”
“Ecco da lì prendi via degli Orefici, più avanti c’è un bar. Ti aspetto lì per le tre”
“non vedo l’ora di conoscerti. A domani”
“a domani, ciao”.
La scelta dell’orario non era stata casuale. In treno avrei impiegato circa tre ore ad arrivare a Bologna, non avevo nessuna intenzione di fare una levataccia ed avevo anche bisogno di qualche ora per un minimo di restauro e manutenzione. Doccia, barba, rifiniture.
Ma agitazione e ansia erano a mille. Mi svegliai presto e mi avviai con un anticipo mostruoso. In treno, dopo dieci minuti che ero partito, già russavo come un trattore. Nei pochi momenti di dormiveglia avevo immaginato l’incontro, l’imbarazzo, l’alberghetto dove portarla o chissà forse mi avrebbe portato a casa sua... Mi veniva la pelle d’oca.
Nello zaino avevo preparato il kit del mandrillo: confezione da sei di profilattici stimolanti aromatizzati alla fragola, olio per massaggi all’arnica, mentine extra-strong per l’alito dell’uomo chenondevechiederemai.
Ero pronto.
Alle 12.30 ero già alla stazione centrale.
Faceva un freddo bestiale. Passai lungo il primo binario davanti al buco-con-vetrata che hanno lasciato dopo la bomba. Ogni volta che lo vedo mi parte un brivido lungo la schiena. Bastardi.
Adoro questa città. Spesso ho pensato che mi piacerebbe viverci. Se non fosse per il freddo...
Mi sento decisamente più a mio agio con il clima di mare.
Notai subito un sacco di belle donne: se i luoghi comuni son diventati tali ci sarà bene un motivo. Le bolognesi sono belle. Non c’è niente da fare: è un assioma!
C’è pieno di gnocca. E poi in giro c’è bella gente, in generale.
Ciao Bologna! Godereccia. Simpatica. Accogliente come poche. Ti strega, ti affascina, ti abbraccia e non ti lascia andar via. Quando riparti ti manca. Subito.
Ma io ero appena arrivato. E continuavo ad immaginare cosa avrei fatto, cosa avrei detto, le sue labbra, i suoi baci, la sua pelle. Mi avviai a piedi verso il centro e passeggiando sotto i portici di via Indipendenza sbucai in un dedalo di viuzze e portici intorno alle due torri, piazza della Mercanzia, piazza Santo Stefano, piazza Maggiore. Ragazzi con la bici, mamme con i passeggini, turisti, vecchiette affaccendate a fare la spesa.
Sono molto contento di essere qui.
Al liceo si partiva tutti gli anni per il Motorshow. Ed era una festa. Qualche anno più tardi si veniva a trovare gli amici all’università. Daniel, un ragazzo eritreo magrissimo con due grandi occhi neri ci aveva introdotto alla vita notturna. Un locale proprio sotto le due torri dove si ballavano i primi esperimenti di drum‘n’bass. Potentissima, tutta bassi e subwoofer, luci quasi assenti, fiumi di cocktails e sudore. E bella gente. Poi una discoteca più in periferia. Un grande capannone che si muoveva a ritmi di house assordante. La mattina presto i posti giusti, dai furnér, dove fare colazione con il pane e le brioche ancora caldi.
Amo Bologna, è un po’ il crocevia nord-sud di questo vecchio stivale. Per la simpatia della gente, la disponibilità, la voglia di ridere, di fare amicizia, di stare assieme, è una città del sud. Viene in mente Napoli. Però le cose funzionano, non c'è la spazzatura per la strada, si respira civiltà, vitalità, c’è benessere e qualità della vita. La tocchi con mano. E’ questo è da città del nord. La più meridionale delle città del settentrione. Non solo in senso geografico. Nel sorriso delle persone. Cultura e rapporti umani.
Passai davanti una trattoria, mancavano ancora più di due ore all’appuntamento. Gli odori delle osterie e dei negozi di alimentari mi avevano aperto lo stomaco. Mi tuffai dentro e ordinai del prosciutto crudo, quello serio che si scioglie in bocca, una bottiglia di Sangiovese ed un piatto di tortellini in brodo. Arrivarono fumanti (che profumo!), una leggera spolverata di parmigiano e via. Celestiali. Meravigliosi. Piccoli, al dente ed affogati in un brodo saporito. Dopo i primi tre cucchiai avevo quasi dimenticato il motivo per cui ero lì. Ne ordinai un altro piatto. Dopo il caffé supplicai la cuoca e la convinsi a vendermene un chilo abbondante. Era un’allegra signora con due guance piene ed un sorriso da mamma. Li aveva fatti con le sue manine. Avevo la seria intenzione di non mangiare altro almeno per i prossimi tre giorni.
Oddio sono quasi le tre!
Misi i preziosi gioielli nello zaino, provvidenziale, e tornai verso piazza Maggiore.
Arrivai al bar che mi aveva indicato Flavia. Mi guardai intorno ma non la vidi. Ahi. Speriamo bene. Se mi dà buca sai che fregatura! Ordinai un altro caffé. Mi guardavo intorno come una spia russa in un locale di Manhattan.
Eccola, stava arrivando. No! Non può essere lei! Però il viso... Si è proprio lei. Non c’è dubbio. Con quei parabordi!
Si è seduta ai tavolini fuori.
Esco come niente fosse, giro l’angolo, mi appoggio con la schiena al muro, le mani in tasca per il freddo e alzo gli occhi al cielo.
- Coglione!!! -
Una balena! Era arrivata con la ciccia che tremolava tutta gelatinosa. Un enorme budino che tracimava dalla poltroncina di metallo da tutte le parti! Era un miracolo che la sedia non si fosse ancora disintegrata!
Cretino. Eh già, questa voleva fare sesso proprio con me. Se non era un rimorchiatore sai quanti ne trovava senza bisogno di pescarli nella rete. La foto era un primo piano e di viso era carina. Con il décolleté in bella e rigogliosa mostra. Il mio cervello si era spento ed avevo visto solo i suoi occhi con quelle ciglia lunghe e folte. E le sue grandi e accoglienti tette of course. Taglia quarantasei! Si, ma per gamba! Aveva buttato l’amo ed aveva pescato me. L’imbecille di turno.
Beh! Ed io allora? Che le avevo mandato la foto di Alessio! Le sono passato a dieci centimetri, del tutto trasparente ai suoi occhi. Non poteva riconoscere uno che non aveva mai visto! Ma cosa mi ero messo in testa!? Cosa le avrei raccontato? Facevo come Giuseppe e Amedeo con Carmela a Bumbungà!? L’amico mio stava male ed aveva mandato me?!?
Mi scoppiò un sorriso.
Ripresi la mia passeggiata. Sarei andato a zonzo per Bologna fino a sera. Il treno per Livorno poteva aspettare.
In fondo l’incontro di sesso c’era stato comunque.
Con i tortellini in brodo.
di Giuseppe Gatto

mercoledì 31 luglio 2013

DI NOBILI CAVALIERI, DESTRIERI E ARMATURE (di Giuseppe Gatto)

Gli annunci su PortaPortese, le telefonate, i giri per la Brianza e ora finalmente era lì, bella, lucida, carenata e con i colori dell’HRC: il rosso, il bianco e il blu delle Honda ufficiali da gara. La mia prima vera moto: una Honda VF500FII del 1986, usatissima e splendida, almeno ai miei occhi. Per la verità scoprii solo dopo che era anche stata seriamente incidentata e rimessa a posto alla bell’e meglio, alle alte velocità tendeva a tirare un po’ a destra, chiaro come la neve che mi avevano rifilato un’inculata. “Un’esperienza” avrebbe detto mio nonno “L’esperienza è una serie interminabile di inculate. E le devi prendere tu, direttamente, capisci? Quando te lo raccontano gli altri, ti danno i consigli, non li ascolti, non ci credi per davvero. Invece quando lo prendi in culo tu, di persona, poi vedi come te lo ricordi!”. Uomo saggio mio nonno. Ogni volta che parlava erano pietre. Come quando si discuteva di cosa fosse bello e cosa no e lui diceva: “Non tutti hanno gli stessi gusti. E meno male, pensa se tutti si volevano sposare con tua nonna!”. 

L’avevo pagata poco più di due milioni di vecchie lire. Sudatissimi risparmi messi su facendo di tutto: piccole e semi-innocenti truffe all’università, le interviste di marketing quando ancora non esistevano i call center, braccavo la gente per strada e prendevo certi vadarviaelcù che cantavano con gli angeli, e poi l’aiuto cuoco, e anche qui ce ne sarebbero un paio da raccontare, come quella volta che presi una griglia appena uscita dal forno ma distrattamente ero senza guanti e buttai in terra un paio di chili di pesce, scampi e gamberoni. Il cuoco, un simpaticissimo livornese perennemente ubriaco, li prese da terra senza battere ciglio e tenendo a bada con la mano sinistra il suo gatto persiano rosso che si era subito fiondato sull’insperata pioggia di mare, con la destra ricompose e mise nei vassoi tutto il pescato, soffiando via lo sporco sopra alcuni in particolare, insieme a qualche foglia di insalata e qualche limone. “Al tavolo quindici!” urlò ai camerieri e poi a me: “Tranquillo, unnè successo nulla”, e io ero lì impietrito che non mi ero ancora nemmeno accorto delle gravi ustioni alle dita. Poi le ripetizioni ai ragazzi delle medie, che spesso però ne sapevano più di me, ma io fingevo e ostentavo estrema sicurezza e padronanza della materia. “Lei su cosa fa ripetizioni?” chiedevano i genitori, “Di cosa avrebbe maggiormente bisogno il ragazzo?” rispondevo io sicuro “Soprattutto la matematica” e io annuivo risoluto “Infatti, la mia materia forte è la matematica” e di volta in volta la mia materia forte poteva essere la chimica, l’italiano, storia e geografia. Una volta persino il latino, che io a malapena ricordavo la declinazione di rosa-rosae. Ero multidisciplinare insomma. Sto divagando. Era la mia prima vera moto, dicevo, la desideravo da anni e anni e quindi per me era la materializzazione di un sogno.

Avevo vent’anni, studiavo e vivevo a Milano. Studiavo, beh, ero iscritto all’università, questo si e qualche volta devo aver pur studiato, sicuramente. Ma torniamo alla belva, andava inaugurata in modo adeguato al suo lignaggio, avrei avuto finalmente un bel branco di cavalli sotto il culo e un giretto intorno alla città non poteva certo bastare. Presi una decisione: sarei andato a casa in moto, giù in Calabria, dai miei. Era novembre e preparai il viaggio in modo colpevolmente e ingenuamente approssimativo, specialmente per quanto riguarda l’abbigliamento tecnico. 
Ignoranza e inesperienza mescolati in un micidiale cocktail di colore incerto. 
Sabato mattina Floppy venne a svegliarmi. Oltre che sveglia umana e vittima quotidiana dei miei scherzi da prete, Floppy era il ragazzo con cui dividevo eterosessualmente il piccolo e disordinatissimo appartamento in affitto. “Piove” disse, “assai” aggiunse. Mi tirai su, appoggiandomi ai gomiti, guardai fuori dalla finestra: Giove Pluvio stava proprio incazzato. Mormorai un bestemmione e mi ributtai giù, potevo continuare a dormire, il viaggio era rimandato. 
“Vabbè ma a te cosa ti fanno due gocce d’acqua!” era sempre lui, Floppy, che porca puttana me lo stava mettendo nel culo con questa coltellata nell’orgoglio e nel mio ego smisurato. Mi tirai su di nuovo: “Ma si, ormai ho avvertito tutti, gli amici, i miei, poi ci rimangono male” dissi poco convinto e il mio amico fece un gesto con la testa come per dire “Eh certo!”. 
Sto cazzo d’orgoglio. E poi la testardaggine e tutto il resto. Dovevo partire, e volevo anche partire, mettiamola così.
“L’Italia è lunga, da Bologna in giù smetterà, no?!” dissi cercando di convincere più me stesso che lui. Mi fece un grande sorriso di approvazione. Si era vendicato contemporaneamente almeno di dieci scherzi di medio livello e forse non se n’era nemmeno completamente reso conto. L’Italia è lunga, ma per quasi tutto il viaggio la nuvola assassina di Fantozzi mi segui come un cagnolino. Sai quei bastardini tanto affettuosi e fedeli che ti si attaccano vicino e non ti mollano più anelando una carezza. Ecco la mia nuvola fece così. Grigia, scura, grossa, piena d’acqua, compatta, incazzata e maledettamente semovente, da nord a sud, più o meno alla mia velocità. Floppy non vedeva l’ora di aiutarmi per la vestizione, stava godendo il bastardo, e quindi mi preparai alla pugna. 

Seguitemi bene: indossai i jeans e, sopra i pantaloni, su stinchi e ginocchia, avvolgemmo dei quotidiani, legandoli con abbondante nastro adesivo, quello largo da pacchi, stretti quel tanto che bastava perché restassero ben saldi ma facessero circolare il sangue. Provammo anche la posizione “seduta”. Si, il sangue circolava. Stessa cosa per l’addome e il petto. Chi non è pratico sappia che i fogli di giornale, a più strati, sono un’ottima barriera contro il vento e il freddo, un vecchio passaparola fra motociclisti, ma mai potevo pensare che funzionassero così bene per davvero! Soluzione rustica ma riuscita, seppi poi. Cominciavo però ad avere qualche lieve difficoltà di movimento. Calze doppie e stivali ai piedi, sopra i jeans e gli scudi di giornali indossai dei copri-pantaloni verdi con le clips in materiale idrorepellente, che poi si rivelarono non repellere assolutamente alcunché. Li avevo comprati a un mercatino di roba usata militare. Valevano tutte le poche migliaia di lire con cui li avevo pagati. Un’altra inculata. Un’altra esperienza. Poi la maglietta e sopra questa ancora i quotidiani nastrati, quindi due felpe e infine il giubbotto in goretex, l’unica cosa decorosa oltre al casco, un Arai modello Kevin Schwantz replica che valeva da solo la metà di quanto avessi pagato la moto. I guanti erano in simil camoscio marrone fuori e in simil pellicciotto dentro. Seppi dopo che si sarebbero inzuppati in appena trenta secondi netti, un record. Ma per fortuna ebbi l’ideona: sotto i guanti pellicciottati indossai dei lunghi e spessi pirelli rosa, quelli per lavare i piatti. Felpati e super-robusti. “Ehi ma quelli sono i miei guanti” disse il mio coinquilino, i patti erano chiari, io cucinavo e lui lavava i piatti. “Te li ricompro, è un’emergenza. Non rompere”. Ero quasi pronto. Indossai il sottocasco di cotone, quello che lascia scoperti solo gli occhi, il casco e il paragola, una sorta di grosso collare gommato. Questo per fortuna fu annoverato fra i pochi indumenti risultati poi impermeabili per davvero. Cominciai a sudare, diventai paonazzo e la temperatura corporea raggiunse livelli da sauna finlandese. In compenso la semplice deambulazione mi risultava parecchio difficoltosa e ogni minimo movimento mi creava imbarazzo, fiatone e aggravava inesorabilmente il problema della temperatura. Meraviglioso. Sarà un lungo viaggio, pensai. Borsone con qualche effetto personale, legato sulla parte posteriore della sella con l’elastico a rete, e via. Si, ma prima ero dovuto montare in sella.
Fra i giornali, il nastro adesivo, il sovra-abbigliamento tattico e la temperatura a rosso fisso avevo la stessa fluidità di movimenti di Neil Armstrong quando scese dal modulo lunare. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per la storia dell’umanità. E partii. Finalmente. E forse non potete capire appieno la gioia di questo “finalmente”. Fra l’acqua e il vento la temperatura tornò velocemente accettabile e i guanti in simil-tutto erano almeno utili come tergicristallo quando la visiera si sporcava troppo. Snocciolai le sei marce spalancando aggressivo il gas, il quattro cilindri a V cantava che era un piacere e andavo come il vento. E la nuvola insieme a me. Cantavo a squarciagola nel casco i Police, Rino Gaetano, Lucio Battisti – lebiondetreccegliocchiazzurriepoi... – non so se era per tenermi compagnia o semplicemente perché ero allegro e avevo voglia di cantare – letuecalzetterosse... – Sprezzante dei limiti di velocità mi sentivo il vero Kevin Schwantz, alto due metri e a prova di proiettile, e ogni camion con rimorchio (e relativa pericolosissima nuvola d’acqua), ogni Ford Focus Station Wagon, ogni furgone bianco era un doppiato da superare per puntare al traguardo. Non mi superò quasi nessuno. Quasi. Di tanto in tanto arrivava una moto “vera”, di quelle grosse, e mentre io ero lì che mi sembrava di andare come un aereo, mi superava e mi sverniciava. Sentivo quasi solo il rumore. Poi qualche auto sportiva di grossa cilindrata. L’umiliazione durava pochissimo. Sto facendo un buon tempo, pensai, nei primi cinque ci arrivo sicuro – el'innocenzasullegotetue, duearanceancorpiùrosse – E continuai a superare tutto il superabile. Non vedevo le segnalazioni dai box ma mi godevo il motore, la strada che mi scompariva sotto le ruote, il vento addosso, il paesaggio e gli sguardi enormemente gratificanti dei bambini che mi ammiravano dalle macchine. Io per un attimo ero il loro eroe. Ogni auto bambino-dotata che superavo vedevo che cominciavano a indicarmi con il dito ai genitori già dal lunotto posteriore e poi passavano ai finestrini laterali, si spiaccicavano sui vetri, e si vedeva che dicevano alla mamma, al papà “Guadda mamma, guadda papà, la moto, semba un mazziàno!”. Un marziano no ma un astronauta tutto, bardato com’ero tipo Bibendum Michelin. La visiera era anche oscurata quindi non mi si vedeva in viso: il-temerario-cavaliere-mascherato-che-a-bordo-del-suo-destriero-di-metallo-sfidava-le-intemperie-e-le-leggi-della-natura-e-della-fisica declamavo e deliravo ad alta voce nel casco. Li salutavo con un cenno della mano e loro erano felicissimi. E immaginavo i genitori che almeno per i dieci minuti successivi avrebbero provato a spiegare ai figli, tediandoli, che non ero un buon esempio, che ero un pazzo, che stavo rischiando la broncopolmonite o peggio di finire sotto le ruote gemellate di un camion. E che comunque tanto la moto a loro non gliela compravano. Punto. 

L’acqua me la godevo un po’ meno. Ero completamente fradicio in varie zone del corpo, ma l’adrenalina, la gioia, il brivido della velocità e il sovra-abbigliamento tattico mi facevano sentire completamente a mio agio e in pace con me stesso e con il mondo – matiricordileondegrandienoi, glispruzzieletuerisa – 
Bologna. Minchia sono ancora a Bologna! Mi sembrava di essere in viaggio almeno da due-tre giorni! E non ho ancora detto nulla dei momenti drammatici. Si, ci furono quattro momenti drammatici, che si ripeterono, anche: benzina, pedaggio, panino, pisciare. In ordine rigorosamente sparso. Fare benzina fu la cosa più facile. Con molta calma e le mani intirizzite dal freddo dovevo togliere i guanti fradici in simil camoscio, poi i guanti in gomma che erano diventati una seconda pelle e quindi prendevo il portafoglio, sopportando pazientemente le battute e le risate del benzinaio. Le risate diventavano stranamente più piene e rumorose quanto vedevano spuntare i guanti rosa. E vabbè. Il pedaggio era opera più laboriosa perché, con la fila delle macchine dietro, le operazioni erano le stesse del pit stop benzina ma con l’aggravante dell’ansia e del doversi sbrigare. Impazienti sti automobilisti, e che è! E togliere quei cazzo di guanti pirelli non era proprio una passeggiata. Ovviamente ogni volta che scendevo sotto i 30 km orari il casco diventava un piccolo altoforno, la pressione arteriosa avrebbe messo in crisi più di uno strumento di misurazione a pompetta e il sudore mi gocciolava copiosamente sugli occhi e sulla faccia. Era del tutto insufficiente aprire la visiera! Ma il dramma, quello vero, fu quando trattieniti, trattieniti non ce la feci più: dovevo assolutamente pisciare. Contemplai seriamente l’idea di pisciarmi placidamente addosso ma non ce la feci, non riesco a farla nemmeno nel costume sotto la doccia, figuriamoci. E poi le sollecitazioni delle vibrazioni della sella in marcia, proprio lì nel delicato incavo prostatico, nel sottopalle, necessitavano una urgente e risoluta risposta. L’armatura di giornali e nastro adesivo da pacchi rendeva davvero impegnativo sia scendere dal destriero, sia rimontarci sopra. In più le giunture erano leggermente arrugginite dal freddo e dall’acqua. Per raggiungere il povero pistolino rattrappito dal freddo e dalle vibrazioni di cui sopra dovevo togliere i doppi guanti, aprire il giubbotto, abbassare i copri-pantaloni, aprire la lampo e cercare il tutto a memoria con le mani prive di qualsiasi sensibilità. Più facile a dirsi che a farsi. E senza poter piegare più di tanto il busto. E sempre con il forno in testa. Alzavo giusto la visiera. Fu davvero un'impresa epica, fortunatamente ripetuta solo un'altra volta. Mi sembrava di essere a Giochi senza Frontiere e mi sembrava a tratti di sentire distintamente il fischietto di Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri e le loro esortazioni a giocarmi il fil rouge.

Cercai di resistere stoicamente anche alla fame ma alla fine fui costretto a capitolare miseramente. Nella fretta della vestizione avevo dimenticato di preparare un paio di robusti e indispensabili panini, nemmeno un po’ d’acqua da bere mi ero portato. Davvero un professionista! E fu così che per la prima volta da quando ero montato sul cavallo di ferro mi dovetti togliere anche il casco e il sotto casco, oltre al solito doppio paio di guanti, apri il giubbotto per raggiungere il portafoglio, eccetera, eccetera. Dovevo ovviamente liberare le fauci per poter ingurgitare in piedi e velocemente un enorme panino con il salame piccante e la mozzarella. La sosta non doveva durare molto, non potevo abbassare troppo la media. Intanto gli altri piloti, i camion, le Ford Focus, i furgoni mi si avvantaggiavano, cazzo! Inservienti e ospiti dell’Autogrill si divertirono abbastanza ad assistere al mio arrivo, alla parziale svestizione e alla successiva ri-bardatura. Immagino che ancora oggi si ricordino bene tutta la scena. I bambini sempre i più felici di tutti. Il pesante incartamento dei quotidiani mi aveva reso una specie di incrocio fra il robot dorato di Guerre Stellari e un Iron Man di cartone e 110 chili almeno: un goffo e robusto cavaliere della Lego PlayMobil. 

Ma l’impalcatura si rivelò assolutamente preziosa per il mantenimento di una temperatura corporea accettabile e per poter essere qui a raccontarlo oggi avendomi considerevolmente aiutato a scongiurare una praticamente certa broncopolmonite acuta con gravi focolai multipli bilaterali a cui sarebbe seguita inevitabilmente la morte del paziente. Altri sorpassi, altre nuvole d’acqua, altri bambini felici nelle auto, qualche curvone preso un po’ troppo allegro che mi fece stringere leggermente e con rispetto parlando il buco del culo per la tensione e il timore di non riuscire a rimanere con entrambe le ruote in pista – elacantinabuiadovenoi, respiravamopiano... – altri doppiati, qualche brivido dovuto agli improvvisi alleggerimenti da acquaplanning, quando le ruote galleggiano sulle grandi pozze d’acqua e tu ti senti per un attimo nelle mani di Manitù e smetti di cantare, a volte ti si ferma per qualche decimo di secondo anche il respiro, ti sembra nettamente che per un attimo si possa fermare anche il cuore, poi la riesci a tenere e ne vieni fuori, discrete scariche d’adrenalina, qualche sprazzo di felice incoscienza, le vibrazioni, il rumore, altri sofferti pit stop. 

E dopo quasi dieci ore, mille e passa chilometri e negli occhi le immagini veloci come fotogrammi impazziti di tutto il viaggio, di tutti i paesaggi, di tutti i bambini, di tutte le pozzanghere, arrivai al traguardo. Fradicio e sporchissimo. Pioggia e freddo mi avevano accompagnato almeno fino a Napoli. Poi aveva smesso, grazie a Manitù! Ma era calato il buio. E avevo capito che la visiera scura era molto bella ma era un’altra piccola inculata. Vedevo poco e male e giusto dentro il cono di luce dei fari. Ma la meritata e sofferta bandiera a scacchi era vicina. E ora ce l'avevo fatta. 
Per permettermi di scendere dalla moto lo strumento ideale sarebbe stato l’argano di legno con carrucola che si usava nel medioevo per mettere e togliere da cavallo i cavalieri con armatura e lancia. Ero rigido che sembravo completamente ingessato o congelato. E mi sentivo così, preciso: congelato e ingessato. 

Mio fratello e i miei amici riuscirono a fare a meno della gru riuscendo comunque a separarmi dalla mia moto fumante. “Sopra i 150 tira un po’ a destra” bofonchiai come prima cosa già presagendo la successiva triste scoperta. Ginocchia, schiena e collo erano praticamente un blocco unico. Sceso dalla moto rimasi per un bel po’ tutto incrocchiato e umido. Ero in poltrona, ma seduto sul bordo, seminudo e con un plaid addosso. Non riuscivo ancora a rilassarmi. Le membra faticavano a cambiare posizione rispetto alla “seduta” della moto. Avevo tutti attorno e il sangue ricominciava lentamente a scorrere lungo il corpo. Sorseggiai una tazza di latte caldissimo e molto corretto. Il latte l’aveva preparato mia mamma, la generosa correzione al Jack Daniel's era stata invece una furtiva opera di mio fratello. Stavo lentamente tornando a un colorito normale.

“Tu sei pazzo” disse mia madre mentre mi guardava con occhi increduli, mio fratello e i miei amici ridevano, qualcuno scuoteva la testa, qualcuno mi dava una pacca sulle spalle, “Ma veramente è venuto da Milano in moto? Con questo freddo?” disse mia nonna rivolta a mia madre e poi si mise a ridere convinta che la stessimo prendendo in giro. 
“Ti sei divertito?” chiese mia zia “Si, tanto” risposi io “Sono arrivato sicuro nei primi dieci”. 
E il giorno dopo ero a letto con la febbre a 39. Felice. 
- Omareneroomareneroomarene... tuerichiaroetrasparentecomeme... -


di Giuseppe Gatto

domenica 14 agosto 2011

REMY JULIENNE E LO ZIO LUIGI (di Giuseppe Gatto)


Sara si dava un sacco di arie. Ti guardava sempre dall’alto in basso. Quando i ragazzi più grandi venivano a prenderla all’uscita da scuola, poi, aveva un sorriso ancora più sornione e beffardo del solito. Quasi volesse dire: – io non sono una mocciosa come voi –
Marcello aveva sedici anni, faceva la terza liceo ed erano compagni di classe. Il giorno seguente le avrebbe dato una piccola lezione. Anche lui era “grande”, ed era coraggioso, spavaldo, diverso da quei bamboccioni che la circondavano.

“Vespino, i miei vanno via due giorni” disse al suo compagno di banco
“E quindi?”
“E quindi so dove lascia le chiavi della macchina mia mamma”
Vespino non rispose e scosse la testa:
“Non ti seguo”
“Veniamo a scuola in macchina!”
“Si, così ci fermano e ci si bevono con la macchina e tutto”
“Dai, io sembro più grande, non ci fermano”

Vespino si diede una manata sulla fronte
“Ma innanzitutto la sai guidare?!?”
“Ma si, non sarà molto più difficile della moto!”
“Non sarà?!? La sai guidare o non la sai guidare?”
“L’ho guidata qualche volta in campagna, dai nonni”
“Si, in prima e per venti metri, me lo ricordo!”
“Vabbè ma il concetto è quello!”
“Tu sei scemo”

La mattina dopo, più presto del solito, prese le chiavi, riuscì ad accendere l’agognato quadriruote scatolato e riuscì persino a partire, un po’ al trotto, con l’utilitaria dell’ignara genitrice. Concentrato come un cecchino bosniaco, con gli occhi stretti sulla strada, i muscoli tesi, le braccia e le mani rigide sullo sterzo, la goccia di sudore di ordinanza lungo la schiena e non inserendo mai marce superiori alla terza, riuscì ad arrivare sotto casa dell’amico. C’era uno spiazzo sul quale affacciava la grande finestra della sua cucina, al terzo piano. Diede due colpi di clacson e comparve Vespino incredulo, due secondi dopo apparve anche la mamma, che immediatamente chiese:
“Ma Marcello ha già la patente?”
“Eeeh, si, certo, a scuola lo hanno bocciato due volte, ha già fatto diciott’anni…” e intanto lanciò uno sguardo assassino verso la macchina e il suo pilota. Che sorrideva a trentadue denti. Il pilota. E forse anche un po' la macchina.
Poi scese giù con il volto tirato, salì in auto. Appena vide Marcello felice e sorridente come una pasqua scoppio a ridere pure lui e lo salutò con un:
“Ma vaffanculo và, tu sei pazzo!”
“Si va a scuolaaa!” rispose Marcello eccitato e partì con qualche lieve incertezza e sussulto.
“C’è la frizione che stacca male…” si giustificò
“Si, si, come no. Vai piano sennò tiro il freno a mano!” rispose l’amico.

Giunsero nel cortile dell’Istituto un quarto d’ora prima della campanella d’ingresso. Erano quasi tutti già lì, in diversi capannelli che chiacchieravano, fumavano, aspettavano l’ultimo momento possibile prima di entrare e cominciare la faticosa giornata. Il classico salotto pre-scolastico. C’erano molti gruppetti, spesso maschi con maschi e femmine con femmine, secondo i più classici stereotipi i primi parlavano di pallone, di quisquilie e di ragazze e le seconde di quisquilie e di ragazzi. Uguale insomma, tranne il pallone.

L’arrivo fu come Marcello aveva previsto: trionfale. Sembrava Annibale di ritorno dalle guerre puniche. Abituati a vederlo arrivare su un Ciao dalla marmitta rumorosa e scoppiettante, spesso su una ruota sola, vederlo presentarsi a passo d’uomo in auto fece un certo effetto. Anche perché quasi nessuno al liceo aveva ancora la patente! Con gesti studiati e appena un tantino teatrali parcheggiarono a bella posta a pochi metri dall’ingresso, scesero e cominciarono a salutare i compagni che si avvicinavano.

Marcello aprì la sua ruota e si improvvisò pavone.
“Ma certo che la so guidare”, “Si, la prendo spesso”, “I miei? Non mi dicono nulla”, “La polizia? Figurati se riesce a fermarmi”. Marcello stava snocciolando un patetico campionario di frasi puerili. Poi la vide, i loro sguardi si incrociarono. Un paio di secondi, poi lei tirò dritto verso l’ingresso. Con quei suoi capelli lunghi, neri dai riflessi blu notte, quegli occhi verdi e luminosi, quei suoi vestiti leggeri e svolazzanti che si adagiavano come onde sulle sue curve. E con quell’atteggiamento di consumata spavalderia di chi sa di piacere ai ragazzi, forse anche agli uomini.
Lui senti il solito pugno allo stomaco, glielo faceva sempre quando la vedeva. Però oggi il protagonista era lui, aveva decine di ragazzi e ragazze attorno, con i loro urletti e le loro risatine, si sentiva molto Arthur Fonzarelli appoggiato al cofano della Cadillac nera con le fiammate gialle sulle portiere. E poi era riuscito ad attrarre la sua attenzione. Si sentiva bello e guascone. Certo non capì se nello sguardo di lei ci fosse ammirazione o compatimento ma sperò nella prima ipotesi. Deglutì.

“Vespino, salta su, si parte”
“Come? E la scuola?”
“Oggi niente scuola” e poi rivolto a tutti “Ciao ragazzi, abbiamo un po' di giri da fare”
L’amico salì di nuovo a bordo.
“Sei un pazzo, sei un pazzo… e io che ti vengo dietro!”

Prima tappa il campo di calcio in terra battuta poco lontano da scuola dove cominciarono a provare le sbandate da rally. In seconda marcia, ruotando di colpo lo sterzo e tirando il freno a mano. Dopo qualche tentativo maldestro riuscirono a fare dei testa coda notevoli. Urlavano, erano felici, ridevano e avevano alzato una tale nuvola di terra polverosa che sembrava di scorgere l’arrivo del settimo cavalleggeri a difesa del solito fortino assaltato dagli Apache. Poi Marcello prese una stradina sterrata e salì con le due ruote del lato destro sul fianco in salita del terreno e cominciò a urlare: “Remy Julienne, Remy Julienne!”, un abile stunt man degli anni ’80 che questo gioco lo faceva per davvero, mettendo la macchina su due ruote, ma senza appoggiarle ad alcuna strada! Adrenalina a mille ed entusiasmo alle stelle. Quando hai sedici anni, in piena tempesta ormonale ma con la testa ancora di un bambino ti diverti con poco. Gli ingredienti c’erano tutti: la zingarata, il fascino del proibito, del pericolo, il furto dell’auto, le acrobazie. E poi lui e Vespino si volevano bene, erano amici sin da piccoli, ne avevano condivise tante e questa bravata della macchina era una di quelle cose che li faceva sentire mostruosamente complici e li trasformava in due supereroi. In quel momento si sentivano quasi onnipotenti, alti due metri e a prova di proiettile. La macchina superò brillantemente tutte le prove: era decisamente sporca ma ancora sana. Freni, semiassi, motore, incredibilmente aveva resistito tutto.

“Andiamo in centro, ci fermiamo davanti al bar e ci prendiamo un gelato al limone”
Vespino fece si con la testa, aveva il sorriso che sembrava più una paresi anche perché nei vari test di robustezza della povera utilitaria si era a tratti anche un po’ cacato sotto dalla paura!
Nel traffico Fonzie era molto più guardingo e cercava di mantenere alta la concentrazione, in pochi minuti avevano quasi arrotato una vecchietta, quasi abbattuto un cassonetto della spazzatura e quasi investito frontalmente un autobus. Ma era andata sempre bene.
Certo non poteva durare a lungo.
Stavano percorrendo via Roma: una strada bella trafficata con due corsie più la fila di macchine parcheggiate.
A un certo punto Marcello disse all’amico:
“Cazzo, più avanti c’è il negozio del cugino di mamma, zio Luigi, il fotografo! Se poco poco è sulla porta e mi vede alla guida della macchina sono F O T T U T O !”
“E infatti è sulla porta che sta fumando” continuò la frase Vespino
“Giù” disse Marcello e contemporaneamente i due si acquattarono per non farsi vedere, si scambiarono un’occhiata con i volti a pochi centimetri di distanza e si dissero con gli occhi sgranati e solo con lo sguardo: - Chi cazzo sta guidando?!? - il tempo di pensarlo e non fecero nemmeno in tempo a rialzare le teste. Marcello si era appiattito sul sedile ma aveva continuato ad andare avanti come niente fosse. Fortissimo rumore di lamiere e vetri. Tamponarono violentemente una grossa vettura che aveva frenato davanti a loro. Esattamente davanti al negozio di Luigi che riconobbe entrambi, resto impietrito a guardare la scena surreale e gli cadde lentamente la sigaretta dalla bocca.

- Cos'è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità di esecuzione! – così sentenziava il Perozzi in “Amici Miei” e così fu Vespino. Semplicemente geniale.
Disse velocemente:
“Li distraggo io tu vattene, ci vediamo a piazza Fera”, aprì lo sportello, scese e fece il giro intorno all’auto passando per la parte posteriore, quindi andò deciso ad aprire lo sportello anteriore lato guida della vettura che avevano appena tamponato. Intanto Marcello ignorando le intenzioni di Vespino ma riponendo in lui fiducia smisurata e totale aveva messo, grattando clamorosamente, la retromarcia. Lo zio Luigi lo guardava sempre in versione statua di sale, la macchina per fortuna ancora camminava, era quindi andato indietro poco più di un metro tirandosi dietro con stridente fragore di plastica e lamiera il paraurti posteriore del malcapitato e quindi era scartato sulla destra e si era velocemente allontanato dal luogo del delitto per fare il giro dell’isolato e ritrovarsi al luogo convenuto. Vespino aprendo lo sportello, in auto c’era una signora sola alla guida, l’aveva letteralmente ubriacata gridandole in modo concitato:
“Mamma mia signora, che è successo? Signora, tutto bene? Si è fatta male? Non si muova, non si muova, il colpo di frusta! L’importante è che non si è fatta niente! Il colpo di frusta! Si muova dolcemente!” e intanto si sbracciava, si agitava, la rincoglioniva di urla e parole e faceva scudo con il suo corpo come fanno a rugby per proteggere il giocatore che porta palla, impedendole di uscire dall’auto e di guardarsi indietro e soprattutto di scorgere Marcello che scappava vigliaccamente, senza esitazioni ma come in punta di piedi. Quando l’amico vide con la coda dell’occhio che la macchina verde della mamma di Marcello era ormai qualche metro più avanti, fece due passi indietro, intanto si era formato un capannello di persone, e tranquillamente si girò e si avviò a piedi verso il solito angolo della piazza dove si trovavano quasi tutte le sere.

La signora, bassa, sovrappeso, sui cinquant’anni, occhiali tondi e capelli ricci finto biondi, la classica mamma di famiglia, con addosso un inguardabile vestito a grandi fiori, scese ancora sotto choc e andò verso la poppa della vettura. Guardò verso il vuoto, verso il nulla ed esclamò: “Ma chi mi è venuto addosso? Dov’è il signore che mi ha tamponato?” e continuava a guardarsi attorno incredula e reggendosi il capo con la mano destra.

La macchina dei nostri prodi era seriamente danneggiata, migliaia di bigliettoni di danni. Il radiatore ammaccato e gocciolante liquido refrigerante, i fari in frammenti, il muso rientrato come quello di un bulldog, il paraurti ridotto a un’opera d’arte astratta.
Marcello raggiunse Vespino, che salì al volo e vedendo lo sguardo interrogante dell’amico alla guida disse:
“Non ci ha capito niente. Vai, vai.”
Poi i due non si guardarono e non si dissero più nulla. Di tanto in tanto scoppiavano a ridere fino alle lacrime. Arrivarono sotto casa dell’imbranato pilota, scesero e guardarono sconsolati la prua dell’auto piangente. Rimasero lì zitti per un po’.
Ricordandosi che lo zio Luigi aveva assistito basito a tutta la scena nel pomeriggio Marcello chiamò i suoi e scelse la strategia della mezza confessione. Disse loro che aveva fatto un giro nello spiazzo davanti casa con la macchina per giocare a fare il grande ed aveva colpito un muretto. Rimbrottato e perdonato. Poi chiamò lo zio Luigi e lo supplicò in ginocchio e in varie lingue che era sinceramente pentito, che non lo avrebbe più fatto, che lui gli aveva sempre voluto molto bene, insomma di non rovinarlo.
Lo zio alla fine annuì alla cornetta, senza parlare, Marcello capì comunque che era andata bene. O almeno lo sperò.

La mattina dopo a scuola i due raccontarono dei testacoda, delle acrobazie alla Remy Julienne, che avevano caricato due ragazze e le avevano portate al mare e lì il racconto si arricchì di prodezze non strettamente automobilistiche e infine descrissero con gran dovizia di particolari anche un fantomatico inseguimento con la polizia che erano riusciti a seminare grazie alla guida spericolata di Marcello. Ovviamente glissarono clamorosamente sull’incidente da fessi intergalattici. I due avrebbero fatto impallidire Oscar Pettinari, il personaggio di Verdone emulo borgataro di Sylvester Stallone che raccontava di aver affrontato un leone a mani nude, preso per la coda un pitone di dieci metri e altre simili amenità.
Mentre sparavano questa incredibile mole di balle si avvicino lei.
Lo guardò, con un mezzo sorriso e gli disse:
“Bella la bravata della macchina, ieri. Ho pensato - guarda cosa non farebbe Marcello per farsi notare… -” si girò e si allontanò sui suoi tacchi alti, sui suoi polpacci affusolati, lasciandosi dietro la solita scia di profumo.

E lui pensò: - Si, prendi pure in giro, ti piaccio da morire ma non lo vuoi ammettere. - il solito pugno alla bocca dello stomaco. La vide allontanarsi, serrò per un attimo le labbra, poi si girò e continuò:
“A un certo punto ci avevano quasi affiancato mi sono buttato sulla sinistra fra un camion e una auto parcheggiata e mi sono infilato in una stradina laterale.”




di Giuseppe Gatto



Libera 
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